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Quei fischi ingenerosi a Di Tacchio: Salernitana sola e senza parafulmini

Limiti tecnici, errori su errori commessi in una situazione societaria già di per sé anomala e penalizzante fin da luglio. Ora pesa tanto anche la situazione societaria sul rendimento della Salernitana, sulle sue paure, sulla sua incapacità di reazione.

La solitudine

L’assenza di una proprietà, sulla carta e nei fatti, è evidente e non fa bene in questo delicato momento. Un presidente non scende in campo per fare gol (volendo parafrasare affermazioni di D’Aversa del prepartita, riferito però alla tifoseria), ma è una presenza che – se garantita in settimana, come la domenica – può spronare, aiutare. Serve per il bastone e per la carota. Giovedì, ad esempio, Massimo Ferrero ha portato tutti a cena dopo tre sconfitte consecutive, ieri era come al solito al seguito della sua Samp. Che, attenzione, dal punto di vista societario (altro trust di diversa natura) non naviga in acque serenissime. I doriani hanno vinto perché sono più forti della Salernitana, hanno Caputo, Quagliarella, Candreva, eccetera. Ma quelli di un massimo dirigente, nella buona e nella cattiva sorte, sono piccoli gesti che possono aiutare la testa a viaggiare. Perché se non viaggia quella, non possono andare anche le gambe.

Chi muove le fila?

A Salerno tutto ciò non è possibile: la figura di Marchetti è assolutamente transitoria e da mero amministratore, quelle dei trustee ancor di più (si occupano di vendita e rappresentatività in Lega Serie A, come da atto costitutivo del trust, e null’altro). Ci sarebbe il diggì Fabiani – contestato ancora da parte della curva ieri – a fare ancora una volta da plenipotenziario, ma anche ieri è andato via prima della partita, lasciando di fatto il solo Alberto Bianchi a farne le veci. Al netto degli errori commessi in sede di allestimento dell’organico e poi con la discutibilissima decisione del cambio in panchina (se la Salernitana era ed è ultima non è un caso), in questo momento la squadra è anche fisicamente sola. Perché? Cosa bolle in pentola che non è dato al momento sapere? Si tratta di esercizi propedeutici al cambio di proprietà con conseguente disimpegno dell’attuale management? Sia fatta chiarezza.

Quei fischi ingenerosi

In questa situazione obbligatoriamente cristallizzata dietro le scrivanie, a pagare sono soltanto (e oltremodo) i giocatori. Che, con tutti i loro limiti, non entrano in campo certamente con la volontà di perdere. Ingenerosi, a nostro avviso, i fischi che hanno accompagnato l’uscita di Francesco Di Tacchio all’atto della sostituzione: è stato il capitano fino a un mese fa, ha dato tanto alla maglia granata e ha sempre lottato, oltre i limiti tecnici. Non è Jorginho, ha giocato oggettivamente male. Però è lì, la rosa è questa. Non l’ha costruita lui, non allena lui. In questo momento, il confine tra la ripresa e lo scatafascio – anche dello spogliatoio – è sottilissimo e a Cagliari sarà decisiva: alla squadra tutta, pur in netta involuzione, va data forza almeno fino a gennaio, quando (con una nuova proprietà, si spera nella fine di questa situazione paradossale) si potrà intervenire con forze nuove. Al momento servono parafulmini. Dunque, è il momento che le responsabilità (non certo tutte di Colantuono) vengano assunte dalla dirigenza in un momento senza dubbio molto delicato anche per i crescenti malumori della piazza. Che grida aiuto e lo sta facendo da un po’. Non c’è più tempo, se davvero si vuole ancora provare a salvare la Salernitana.

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