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#NonTiScordarDiMe. Speranza: “Da Zeman al sushi, sfiletto pesce e mi sento realizzato”

A cura di Luca Naddeo

Oggi Adolfo Daniele Speranza va per i 42 e si dedica al sushi. Non c’è più il calcio nella sua vita, ma i riccioli d’oro sono rimasti gli stessi. Quattordici presenze ufficiali in maglia granata nel torneo 2001/02 per l’ex centrocampista, oggi specializzato nella cucina giapponese, che in carriera ha vestito anche la casacca dell’Ascoli, prossimo avversario dell’ippocampo.

Il suo arrivo in granata coincise con l’approdo sulla panchina della Salernitana del maestro Zeman, ed è proprio per il Boemo che Speranza riserva il primo ricordo della stagione campana: “Come uomo era anche divertente, sempre pronto alla battuta ed era piacevole ascoltarlo. Come allenatore lo ritengo troppo legato al suo credo calcistico sia nel modo di giocare e sia sul tipo di allenamento. Devo ammettere che ho imparato molto da lui, perché per i centrocampisti e gli attaccanti i suoi allenamenti sono il top ed io che ero giovane ho avuto modo di apprendere tanto, ma se penso ai difensori… ricordo che non venivano mai calcolati, neanche nella fase passiva. – dice ai nostri microfoni – Credo sia stata la sua pecca. Se avesse curato anche quella fase o avesse avuto un collaboratore dedicato, avrebbe potuto raccogliere altri risultati. Il rapporto con lui partì con il piede sbagliato: dovevo fare il sostituto di D’Antoni davanti alla difesa, un ruolo che non avevo mai fatto, avendo sempre giocato a due. Mi piaceva inserirmi ed andare alla conclusione. Lui nel mio ruolo naturale preferiva calciatori con caratteristiche diverse; ebbi anche l’opportunità a gennaio di andare al Catania in Serie C, che a fine campionato fu promosso, ma Zeman non voleva che nessuno lasciasse la squadra. Quello per me fu un anno di rodaggio”.

Speranza oggi ha 42 anni e si occupa di cucina giapponese

Speranza ricorda bene il debutto in maglia granata. Anzi, il “doppio debutto” come lo definisce lui stesso. “Giocai titolare la prima in Coppa Italia (3-1 al Catania) e feci una bella partita. I quotidiani nazionali mi giudicarono bene, quelli locali mi massacrarono. Dopo la gara di coppa andai spesso in tribuna fino alla gara interna con il Messina.- ricorda Speranza – Era la settima giornata, subentrai a D’Antoni e mi procurai un rigore che Vignaroli purtroppo sbagliò. Avevo tanta rabbia per le precedenti tribune, la sfogai in un tiro dai 30/35 che uscì di un millimetro. Dopo quella partita feci qualche altra apparizione ma sembrava che la sfortuna mi perseguitasse: con il Palermo il campo era allagato, ad Empoli trovammo un vento tipo Bora e a Cagliari addirittura grandinò e la partita fu sospesa per qualche minuto con i ragazzi in panchina che mi guardavano e ridevano: dove c’ero io si scatenava il cielo“.

Anche se solo per una stagione Speranza ricorda bene quello spogliatoio: “Si erano creati due gruppi, quello composto dai ragazzi del posto e gli altri del ‘Resto d’ Italia’. In allenamento c’era questa bella competizione ma erano tutti bravi ragazzi. Oggi mi sento ancora con Olivi, Luciani e qualche volta Bellotto”.

Speranza, come tanti giovani che si recano fuori dalla propria regione, racconta come ha vissuto quella prima volta lontano da casa: “Per me vale la regola del film Benvenuti al Sud. Non ero mai stato lontano da casa, avevo lasciato la fidanzata ad 800 km e mi venne da piangere inizialmente, ma poi come nel film piansi una seconda volta quando fini la mia avventura a Salerno. La città era bellissima, anche se non riuscivo a viverla tanto perché con Zeman ti allenavi sempre! Quando avevo un pomeriggio libero dormivo; una volta io ed Olivi dormimmo dalle 14 alle 21 ed al risveglio ritrovammo oltre venti chiamate perse da parte dei nostri genitori e fidanzate che erano preoccupati, visto che nessuno rispondeva. Erano gli effetti degli allenamenti del Boemo”

La carriera di Speranza – dopo l’anno a Salerno – è stata costellata da infortuni che gli hanno impedito di mostrare le sue qualità. “L’anno successivo andai ad Ascoli. Partii forte, dovevo essere il titolare ma a un certo punto mi ritrovai fuori rosa o come tappabuchi. Forse qualche senatore mi mise in cattiva luce e fece in modo che fossi sempre ai margini ma quelle volte che giocavo anche vedendo le pagelle sui quotidiani, per quelle che contano, erano sempre positive. Anche l’ultimo anno con i bianconeri il primo giorno di ritiro un dirigente mi disse che dovevo andare via, che Giampaolo non mi vedeva, ma ancora non mi aveva visto! A fine ritiro il tecnico mi disse che pur non avendo il posto assicurato voleva che restassi. Forte di questa rassicurazione restai ad Ascoli e contribuii a raggiungere i play-off, ma prima della gara prevista proprio a Salerno nel finale di campionato mi strappai l’adduttore e da li è iniziato il mio declino”. Il centrocampista emiliano tra i suoi tecnici ha avuto anche Sarri: “Passai al Pescara ma ebbi un problema al ginocchio e rimasi fuori l’intero girone di andata. Giocai spesso grazie alle infiltrazioni: il tecnico contava su di me, c’erano anche squadre di serie superiori come il Parma che mi seguivano, ma fui costretto ad operarmi e da li non ebbi altre occasioni nel calcio che conta”.

Lucchese, Pavia e Rodengo Saiano tra C1 e C2, poi la serie D con Fiorenzuola, Cesenatico, Arezzo, Pianese (per lui anche un’amichevole contro la Salernitana di Sanderra nel ritiro di Chianciano Terme, ndr), poi l’Eccellenza con Ribelle ed Argentana per chiudere la carriera nel 2016 a 37 anni. Oggi Speranza è titolare di due ristoranti giapponesi a Cesena e Ravenna. “Ho imparato a sfilettare il pesce e la nuova occupazione mi toglie tanto tempo ma mi regala belle soddisfazioni. – dice – Il mio ricordo calcistico più bello resta comunque legato a Salerno ed ai suoi tifosi. Quando tornai all’Arechi con l’Ascoli ed entrai in campo nel prepartita, la Sud era già piena e al rientro negli spogliatoi mi riservò un applauso che se ci penso oggi mi viene ancora la pelle d’oca e mi viene ancora da piangere, perché l’anno precedente avevo giocato poco”.

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