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Ventura costruisce, il mondo Salernitana gli crolla addosso: cinque mesi per ritornare dove si era partiti

Il 12 luglio scorso Gian Piero Ventura si sedeva nella nuova sala stampa del Mary Rosy al fianco di Claudio Lotito, presentandosi per la prima volta come allenatore della Salernitana. Un’ora e mezza di discorso, convinto delle proprie capacità e dei propri obiettivi. Non sportivi, ma personali da raggiungere. Ventura ricominciava a Salerno dopo il fallimento nazionale e i propositi erano quelli di riabilitare un nome troppo facilmente calpestato. Cinque mesi dopo Gian Piero Ventura ha perso fiducia, convinzioni e anche quel rapporto con stampa e ambiente che tanto a fatica aveva cercato di costruire. In mezzo il sogno Serie A e l’incubo playout, le imprese in trasferta e poi la crisi invernale. Fino al tragico pomeriggio di Cittadella con Ventura che non perde solo la partita, ma anche il polso con i suoi giocatori.

Urla e rabbia, durante l’intervallo della gara del Tombolato si racconta di un Ventura furente con la sua squadra. Uno sfogo a muso duro, sia per motivare i suoi calciatori sia perché il tecnico ligure dopo i primi 45 minuti della gara di ieri aveva effettivamente perso la pazienza. Una spaccatura con la sua squadra impronosticabile fino a qualche settimana fa, quando Ventura era disposto a tutto pur di proteggere i suoi giocatori: “Provo affetto per questo gruppo”, aveva detto più volte anche dopo qualche risultato difficile da digerire. Ieri invece Ventura si è sentito lasciato solo, abbandonando a sua volta Di Tacchio e compagni nello spogliatoio andandosi quasi a nascondere in panchina. Per tutto il secondo tempo la partita l’ha gestita De Patre, Ventura è andato via addirittura due minuti prima del fischio finale perdendosi l’orrore di Giannetti all’ultimo secondo. Nel tardo pomeriggio poi la spiegazione della società che rivela un malessere fisico dell’allenatore granata. Ma quello personale è stato ancora più evidente, mentre sconsolato scuoteva la testa all’ennesimo passaggio sbagliato del suo centrocampo.

In cinque mesi Ventura ha chiuso il cerchio, ritornando praticamente da dove era partito. Negli ultimi anni nessun allenatore era riuscito a diventare più importante di presidenza, dirigenti e squadra. Nessun allenatore era riuscito a mettersi davanti e assumersi in prima persona tutte le responsabilità del caso, nessun allenatore era stato capace di incidere sul mercato e dettare le linee guida non per una stagione, ma per un progetto a lungo termine. Ventura lo aveva fatto, da subito, sin dalle prime parole di quel 12 luglio: “La mia storia parla per me, ci sono una cinquantina di giocatori nella mia carriera presi a 1 e venduti a 100. Non dovessi riuscirci sarebbe la prima volta che fallisco”. Chiara volontà di creare una base solida su cui costruire la casa Salernitana, crollata dopo la sciagurata stagione del centenario conclusa ai playout. Volontà poi ribadita in più occasioni: Ventura ha sempre chiesto pazienza, ricordando il precedente simile con il suo Torino e puntualizzando che il risultato sportivo, al momento, è l’ultima cosa che conta. Ideale condivisibile, purché però si cominci a costruire. E Ventura ha iniziato a costruire, ammettendo di essere arrivato a Salerno non per soldi ma per amore:l mio stipendio non è di natura economica. Il mio stipendio è vivere di adrenalina, di ritornare in campo. Gli ultimi sei mesi sono stati duri, la gente mi diceva “goditi la vita, sei stato in Nazionale”. Ho fatto dieci metri e pensavo che chi me lo dicesse era un pazzo. Vivo di questo. Non è un salto indietro, potrebbe essere l’inizio di un grande passo avanti”.

Il mondo Salernitana ha iniziato presto a girare con Ventura. Conferenze stampa, battute, confronto alla pari con Claudio Lotito. E ancora vittorie e bel gioco, almeno nelle prime due partite. “Voglio riportare gente allo stadio” e subito contro il Benevento l’Arechi torna a splendere. Tutto faceva pensare a un nuovo inizio, ma poi è arrivato l’inverno e presto ci si è resi conto di essere in presenza di un angosciante déjà vu. La Salernitana ha iniziato a perdere sul campo, partita dopo partita. L’Arechi ha iniziato a svuotarsi, i tifosi a restare a casa delusi. Equivoci di spogliatoio (Cerci), mentre Lotito alza la voce ribadendo la sua volontà di portare subito la squadra in Serie A in contrasto con le quotidiane impressioni di Ventura. Il vaso si riempie, la goccia arriva torrenziale il pomeriggio di sabato 30 novembre. I granata fanno 1-1 con l’Ascoli, c’è un gol annullato per fuorigioco a Gondo e la Salernitana ne approfitta per restare in silenzio. Nessun commento, neanche di Ventura che fino a quel giorno non aveva saltato neanche un appuntamento con la stampa. L’inizio della fine: sette giorni dopo il Cittadella prende a pallonate Micai e la Salernitana e Ventura ripiombano nella stessa situazione di cinque mesi fa.

I granata sono tornati in città e Ventura ha concesso due giorni liberi alla sua squadra, non tornando con il gruppo ma viaggiando da solo. Pensieroso e sicuramente nervoso, al di là dei problemi fisici che evidentemente hanno condizionato il suo pomeriggio in Veneto. In cinque mesi Ventura ha costruito e ora si sente crollare il mondo addosso. Il suo mondo, quello Salernitana che aveva finalmente iniziato a girare si è improvvisamente fermato. Crotone è diventato già un punto di non ritorno, Natale diventa sempre più malinconico anno dopo anno. E Ventura è a un passo da un nuovo fallimento, mister libidine è rimasto da solo.

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