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Ventunomila storie, una favola sola. Salernitana, tasto play e la mente vola

C’era una volta e… c’è ancora. C’erano ventunomila storie, una favola sola. Il giorno dopo provi a riavvolgere il nastro. Scorri la home di Facebook e scegli la playlist ad accompagnarti. Semplice per chi, nelle cose belle, sa emozionarsi. Un po’ meno per quelli che credono che la felicità sia un effimero momento destinato a finire.

Mi volto indietro, penso e ripenso che poi alla fine è il secondo anno in cui il batticuore ha fatto la differenza. Misuro le emozioni e la gioia con un unico termometro che pompa dentro e fuori dal petto. Faccio il percorso a ritroso, la canzone la conosco, le parole si buttano nel vento tiepido di una giornata di primavera. Ripasso da un gol di Tutino visto e rivisto con l’urlo frenato in gola da una telefonata e la mente spenta che nella conversazione fa interferenza con quel discorso chiuso con “guardi, provi a richiamare lunedì. In questo momento non saprei dirle”. Metto in standby, una pausa congelata e scongelata che sa di caos fino a Natale quando le luci si accendono di tepore e stupore. Anno nuovo, vita nuova. Attaccato alla vita una corda che più tiri più ti tira, un carro dal quale hai tolto le zavorre e provi a convincere tutti che quella leggerezza può essere conquistata solo con la forza di tutti che azzera le fatiche. Come in fisica ma con un fisico… bestiale. Guardo fuori e penso: “Vabbè è una bella giornata provo a respirare a polmoni pieni questa atmosfera”.

Poi però mi viene in mente qualcosa in più da scrivere, rientro, mi siedo, mi alzo. Il computer si oscura, un clic sulla tastiera ed è tempo di fermare il tempo: un assist, cross in mezzo, c’è Djuric, mi sporgo per avere una visuale migliore e neanche ci credo e allora esco fuori, la musica c’è. Le note ci sono sempre, respiro a pieni polmoni e penso: “Vabbè un altro poco qui fuori”. Non lo so cosa mi è preso ieri. Non lo so cosa mi prende da una vita a questa parte. Non me l’hanno mai staccato questo cordone ombelicale, non cade, non cicatrizza mai. Metto le cuffie: “Luce in fondo al tunnel, boccata d‘aria” e quindi alla fine ti penso, ti penso dall’altro lato, ad ogni angolazione e ritorno all’adolescenza. Vado avanti nella playlist: “È amore impossibile quello che mi chiedi…” e ritorno alla “storia impossibile” di uno striscione rimasto intatto in quel punto e cerco e ricerco su Spotify quell’Eduardo: “Perché questa storia vale, man mano che sale. Ti sembra incredibile toccare il cielo quaggiù”.

“Ma come se la sono andati a cercare questa canzone, questi qua? Certo che sono incredibili” mi dico mentre provo a dormire alla fine della giornata. Incredibili. Impregnati di amore e poesia, di passione e sipario. Di spettacolo e viscere. Di sangue che si asciuga e si attacca con il sudore che poi ti macchia i vestiti. Io non riuscirei a trovare una spiegazione in questo inspiegabile vortice, pure se ci provo a metterci punti, virgole, parole. “Ma come si fa? Ma come devo fare a far capire cosa si può provare e quanto può essere?”. Certo, una risposta non la trovo, perché una definizione non c’è. Mi rivedo e rivedo quel muro che soffia nel vento una palla, la vita, un’esistenza che scandisce ventunomila storie in una sola favola.

“Capita anche a te di pensare che al di là del mare, vive una città dove gli uomini sanno già volare”. Ed è subito passato tutto alla canzone successiva senza che me ne accorgessi. Io non lo so come andrà. Ma spero sempre che vada in un modo solo. Con l’amore. Quello che mi ha messo le ali e mi ha trasportata da quei gradoni troppo grandi da salire da bambina a quelle scale troppo pesanti da portare sulle spalle delle emozioni. Alla fine chiudo gli occhi: guardo la mia città che si anima e bambini che stringono le mani di mamme e papà e chiedono di portare il pallone in piazzetta con la maglia di Bonazzoli, perché è festa e non si va a scuola. “Se prometti di non sporcarti come l’ultima volta sì”. Lasciateci stare, ci sporchiamo di sorrisi e pure di sangue che si attacca al pantaloncino. Perché se giochi sul cemento poi ti rialzi, ti asciughi le lacrime e le ginocchia e continui a sorridere pure se brucia perché quelli più grandi di te lo fanno apposta a farti cadere. Siamo piccoli ma non ci fate manco un poco paura. Nel frattempo ritorno all’infanzia pure io. Nella famosa playlist tra le preferite c’è quella cantata da Mietta e Amedeo Minghi. La metto in pausa perché non voglio finisca. “Ancora un altro po’…”. Spotify non lo apro più, fino a fine campionato.

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