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Editoriale

Ciao, Castori. Un “congedo” immeritato per chi ha sempre lottato

Domani è un altro giorno. Anzi, lo è già oggi. Comincia il Colantuono bis, all’orizzonte c’è l’Empoli e una salvezza da conquistare. L’esonero di Castori, tecnico capace di riportare la Salernitana in massima serie non certamente da favorita, passerà agli archivi presto, tant’è veloce il ritmo dei media, degli impegni agonistici, delle notizie. Al nuovo allenatore, naturalmente, l’in bocca al lupo per un compito arduo ma non impossibile. Non lo era prima del ko a La Spezia, non lo è oggi dopo otto giornate di campionato. L’in bocca al lupo vale doppio, perché – proprio come il predecessore – il suo ritorno è accompagnato da scetticismo e mugugni. Anche legittimi, se si pensa che Colantuono è fermo da tre anni e nell’esperienza del 2018/19 non ha entusiasmato in termini di spettacolo e poi di numeri. È minestra riscaldata o grande intuizione? Le risposte le darà il campo, come sempre. I giudizi prematuri e avventati sono sempre pericolosi. Come certi comunicati.

Un autogol mediatico

Fabiani e Castori assieme in conferenza stampa a Cascia

La riflessione, più che sul discorso calcistico in senso stretto, è inevitabile sotto l’aspetto umano. Con un articolato giro di parole, la società ieri ha spiegato le motivazioni del cambio di rotta, ma non c’è una firma in calce al comunicato. La Salernitana… chi è oggi? I trustee, Marchetti, Fabiani? L’impostazione della nota lascia presupporre che sia stata la penna dell’amministratore a partorire quello che ha le sembianze di un attacco diretto a Fabrizio Castori, a cui viene imputato un “intollerabile atteggiamento remissivo e rinunciatario, in particolar modo nelle occasioni in cui è necessario testimoniare, nei fatti, la propria capacità di determinazione nel perseguire l’obiettivo“. Una capacità, per la verità, dimostrata ampiamente dal tecnico marchigiano e dalla squadra – che lo ha sempre seguito in maniera compatta – sia nella scorsa stagione, sia nel difficile inizio di campionato. Il Generale dovrebbe averne memoria. E da rappresentante pro tempore dovrebbe anche fare un salto indietro appena di qualche mese nella storia sportiva, sebbene non ne sia stato testimone oculare. Attenzione, non è di riconoscenza che gli allenatori devono vivere e andare avanti, ma sono i risultati a parlare. Nel caso di Castori, al di là delle prestazioni che non fanno classifica, sono chiari: ultimo posto. Se chi guida al momento il club ritiene opportuno cambiare, ha tutto il diritto di farlo. È il gratuito attacco che stona, tanto. Prima la nota standard con i ringraziamenti di rito all’allenatore; poi, la pugnalata all’uomo accusato di essere il responsabile delle “troppe volte in cui è mancato l’agonismo, la ferma volontà di far valere le ragioni proprie, il proverbiale “non ci sto” o il “basta così”, comportamento cioè di chi vuole andare oltre il limite quando ciò è doverosamente possibile“. Di Castori e della sua squadra, oggettivamente, tutto si può dire fuorché questo. Il tecnico ha fatto i suoi errori e non è esente da colpe se si analizza lo stentato avvio di stagione, ma ha avuto finora a disposizione una squadra con lacune in alcuni reparti, ha dovuto far fronte a infortuni pesanti e in estate si è fatto carico di una partenza in ritardo, tra mille incognite societarie. No, Fabrizio Castori non meritava un “saluto” del genere. Dal punto di vista della comunicazione e della gestione delle risorse, il comunicato della Salernitana è un autogol pesante.

L’affondo inopportuno

Il Generale Ugo Marchetti

A giudizio di chi ha scritto la nota ufficiale granata, “le potenzialità sono troppe volte venute meno e non perché sottratte ma perché non vissute sul momento nel campo e nel confronto. La squadra e i suoi componenti sono intimamente capaci di raggiungere obiettivi ben superiori“. E poi, “per la parte di responsabilità che questo mancato o parziale investimento delle risorse può ricondursi alla direzione tecnica questa direzione dovrà purtroppo, pur nel rispetto di ogni umano apprezzamento, rispondere”. L’umano apprezzamento non si coglie. Castori ha perso a La Spezia certamente mostrando una squadra che nel secondo tempo ha mollato, ma con sette assenti (otto con Gyomber) e pochissimi ricambi utili in panchina. La seconda prestazione toppata, dopo Torino, non giustifica un simile accanimento anti comunicativo e che rischia di sfasciare letteralmente gli equilibri interni. Posto che fuori, tra tifosi e appassionati, le divisioni albergano già da un po’. Per vincere una guerra, il Generale dovrebbe saperlo, occorre che i soldati siano compatti e fedeli. La brama di chi comanda, se non riconosciuto e supportato, non porta da nessuna parte.

La “guerra” sportiva

Fabrizio Castori se n’è fregato fin dall’inizio e fino all’ultimo, dei fotomontaggi di dubbio gusto, delle invettive dei perdigiorno, finanche dei complimenti. Si è fidato solo di se stesso. Ha sbagliato, ma con la sua testa. Sembra normale, eppure non è una cosa da poco per un allenatore. Della Salernitana. Di questa Salernitana. Castori è sempre stato trasparente e non le ha mai mandate a dire, anche quando il Generale si è spinto decisamente oltre in un’intervista televisiva: “I panni sporchi si lavano in famiglia“, disse il tecnico dopo un’uscita poco felice di Marchetti su Simy. La risposta arrivò pure nei fatti: nigeriano titolare per dargli fiducia, prima della sosta in cui lavorare e crescere. Dopo la sosta, ha segnato. Castori ha pagato lo stesso. Di progettualità poteva essercene già poca, visto che la scure dell’obbligo di cessione al 31 dicembre è lì, pronta ad abbattersi. Il siluramento del trainer, a grandi linee accontentato sul mercato forse più di ogni altro allenatore nell’era Fabiani, arriva proprio nel momento in cui alcuni degli elementi giunti in ritardo di forma hanno messo benzina. Ma, soprattutto, con condizioni di oggettiva ristrettezza numerica. Il cambio in panchina, soprattutto per le modalità, oltre ad appesantire il bilancio del club rischia anche di incidere negativamente sul capitolo cessione: i potenziali acquirenti, verosimilmente sempre alla finestra e al dialogo con i trustee, potrebbero via via scoraggiarsi se l’ambiente diventa una polveriera e i risultati, contestualmente, non arrivano. L’auspicio, ovviamente, è che ciò non accada: in questo, l’esperienza di Colantuono dovrà essere un fattore primario nella gestione delle dinamiche del gruppo.

Quel fastidioso voyeurismo

Cosa resta, ora? Il solito voyeurismo, con la cavalcata su Whatsapp di un’immagine che ritrae la solitudine di un uomo amareggiato e deluso umanamente, prima che professionalmente. Uno scatto che indugia su dettagli di genuina ed intima riflessione, rubato nel particolare tramonto vietrese. Che sarebbe dovuto rimanere tutto di chi lo ha vissuto, magari col bisogno di sentirsi persona normale, su una panchina (lì sì) normale. A Fabrizio Castori, per tutto ed a prescindere dal finale, va un grazie sentito. Se oggi il semplice tifoso, il pluridecorato analista social, l’opinionista da marciapiede o il modesto giornalista locale come chi scrive (dal migliore al peggiore nelle classifiche di gradimento e popolarità stilate dai moderni applausometri) possono parlare di Serie A e dire che l’allenatore, il direttore sportivo o il giocatore X sono bravissimi o inadeguati a seconda dei gusti, è soprattutto merito di quel signore di San Severino Marche. Esonerabile, sì, ma non da mortificare.

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