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Tuia e la vita in granata: “Coreografia col Poggibonsi da brividi, peccato non esserci stato al Partenio”

Da capitan futuro a indimenticato ex. Sei anni non sono pochi soprattutto nel calcio moderno: Alessandro Tuia è arrivato in granata prestissimo e dopo sei stagioni ha dovuto salutare. Ma il difensore oggi al Benevento ha dato tanto alla Salernitana ed è rimasto nel cuore dei tifosi che a distanza continuano ad attribuirgli attestati di stima. Intervenuto in una diretta Instagram sul profilo di SalernitanaNews, Tuia ha ricordato i tempi vissuti con il cavalluccio sul petto, raccontando come sta passando questo periodo di quarantena: “Faccio il papà a tempo pieno e recupero un po’ di tempo perso nei suoi primi 6 mesi di vita, ora recuperiamo – ha detto Tuia – Per quanto riguarda gli allenamenti si fa quel che si può con quello a disposizione, ci manteniamo. Poi quando riprenderanno le attività ci sarà il tempo per tornare in forma campionato”.

Si apre il baule dei ricordi, si parte dal 2012 l’anno di arrivo a Salerno. Decisivo per la trattativa Lotito: “Sicuramente il presidente era stato abbastanza convincente, sinceramente non conoscevo la realtà di Salerno però chi mi ha spiegato come era l’ambiente, come Iannarilli che già ci era stato, non ci ho pensato due volte. A Foligno l’anno prima non era andata bene, avevo bisogno di mettermi in discussione e Salerno è stata una scelta azzeccata. Sono passati sei anni, ho conosciuto una piazza incredibile che mi ha fatto crescere sotto ogni punto di vista: la scelta migliore che potessi fare. Fa piacere aver lasciato un bel ricordo ai tifosi ed è reciproco”.

La prima partita in campionato, contro L’Aquila: “Esordio all’Arechi, mi ricordo che facemmo 70 minuti di calcio spumeggiante. Sono stato anche espulso? Non me lo ricordo. Il giorno dopo mi chiamò Mariotto con grande entusiasmo perché aveva visto che la squadra c’era e girava tutto per il verso giusto. L’anno dopo con Gregucci perdemmo ai playoff contro il Frosinone, avevamo però gettato le basi per vincere l’anno successivo. Dell’anno della promozione ricordo il gol al Savoia. Ero abbastanza arrabbiato perché Menichini non mi fece giocare, poi si fece male Trevisan: entrai e feci gol, la mia prima rete tra i professionisti. Era un match cruciale, ricordo quel gol con molto piacere. Quando capisci che hai deciso una partita così importante ti resta dentro. Porto un grandissimo ricordo di Gregucci, il mister mi faceva sentire importante per la squadra. Avevamo un ottimo rapporto, da difensore mi stimava e mi diceva dove potevo migliorare. Ci sono allenatori che tendono ad allenarti e basta, invece lui faceva qualcosa in più. Tutti però mi hanno lasciato qualcosa di importante”.

Indimenticabile anche il 3-1 al Barletta che ha portato la Salernitana in Serie B: “Fu festa grande, l’Arechi stracolmo. La seconda cosa più bella vissuta a Salerno, la prima la coreografia con il Poggibonsi che mi ha emozionato tantissimo. Attendevo quella stagione di B con grande ansia e purtroppo in Coppa all’Arechi mi sono rotto il crociato. Mi è crollato il mondo addosso, non per l’infortunio ma perché avevo perso parte di una stagione che volevo giocarmi sul campo. Tutto però passa, conoscevo l’iter riabilitativo: l’ho affrontato con grande stimolo. Poi ho avuto un problema e ho dovuto fare un’altra operazione, i tempi si sono allungati. Però alla fine ho esordito a Cesena e ho continuato la stagione tranquillamente. Dal secondo anno di B vivevamo di attimi, senza la giusta continuità per scalare le posizioni. Il direttore e il presidente avevano intenzioni diverse, nessuno vuole fare un campionato di metà classifica. Il campo però ha detto cose diverse. Ci sono stati momenti difficili, potevamo fare qualcosa di più ma non riuscivamo a esprimerci al meglio. Troppi cambi allenatori? Sicuramente la continuità in panchina in teoria porta a qualcosa di buono. Però Salerno è una piazza esigente e se sono state fatte delle scelte e perché andavano fatte. Questo è stato il percorso della Salernitana per arrivare a oggi, percepisco da fuori che è cambiato qualcosa. Adesso posso dire che quello che è stato fatto è stato fatto bene”.

Il più grande rimpianto, non essere al Partenio a vincere lo storico derby: “L’ho seguito da casa, io non capivo niente ma ovviamente le emozioni da lì erano diverse. Dispiacere enorme non esserci stato”.

Tuia, in scadenza, non ha rinnovato e allora è arrivato il Benevento: “Ad agosto il direttore ci parlò a me e Bernardini. Ho avuto un infortunio importante ai tendini, non ho più trattato il discorso rinnovo. Ero in scadenza e allora mi sono guardato intorno, quindi è arrivato il Benevento. Lotito e Vigorito sono due persone diverse. Con Lotito ci ho parlato veramente poco, sono dieci anni che sono stato in una sua squadra ma non ho mai avuto un rapporto. Con Vigorito invece è totalmente diverso, lui viene in trasferta, si siede in panchina: è più presente. Lotito ha tanti impegni e non gli si può richiedere tanta presenza. Vigorito è più umano, ti rende partecipe di tutto, fa la battuta. Quest’anno ho segnato un po’ di più, proviamo molto gli schemi: a livello statistico le palle inattive portano e tolgono più punti, sono importanti. Ora siamo primi e meritiamo la Serie A, il dispiacere più grande è aver fatto un campionato eccezionale e non poterlo festeggiare. Ora però l’importante è concludere il campionato ma la priorità è sempre la salute”.

E ancora: “Tornare all’Arechi è stato strano. Un effetto particolare, dopo sei anni che calpesti il pratino dell’Arechi giocarci da avversario è particolare. Difficile anche da spiegare, sono sensazioni che ti porti dentro. Il pubblico di Salerno è sempre qualcosa in più, lo stadio canta per te 90 minuti sia nei momenti positivi sia negativi: i fischi arrivavano sempre  a fine partita, in gioco l’incitamento non è mai mancato. È innegabile che sia una piazza esigente, però ti dà tanto”.

Quest’anno due sfide contro i granata, Tuia ha trovato due squadre diverse: “All’andata ho visto una Salernitana un po’ in difficoltà, ma soprattutto un grande Benevento . Il mister infatti anche poche partite fa ce lo ricordava, prende sempre come esempio la trasferta di Salerno. Al ritorno invece ottima impressione dei granata, soprattutto sugli esterni andava forte con Lombardi, ci ha messo in grande difficoltà. Il pareggio era il risultato giusto, è stata una bella partita”.

Prima di parlare di attualità, Tuia ha stilato la sua personalissima top 11: “Ma non dei calciatori più forti con cui abbia giocato, ma quelli a cui sono più affezionato. Iannarilli, Luciani, Bernardini e Mantovani, Perpetuini, Cinelli, Di Chiara a sinistra, Nalini a destra, Ginestra, Mendicino, Palombi. Spero che il campionato si possa concludere nel modo migliore. Noi meriteremmo la Serie A a prescindere. Serve una preparazione, nessuno era pronto a tutto questo: sarà importante trovare il giusto tipo di allenamento. L’anno prossimo ci saranno gli Europei e il tempo è limitato, i valori sicuramente saranno diversi da quelli alla sospensione. Le squadre in forma perdono tutto, si riparte da zero”.

E da grande cosa vuole fare Tuia: “Allenatore non mi vedo per niente, ma lascio la porta aperta: più come dirigente. Allenare è dura, mettere insieme 30 teste ed essere sempre sotto pressione non è facile: se le cose vanno male la colpa è sempre degli allenatori. Quando smetterò tornerò a Salerno, vediamo se si ricorderanno di me. Io non li dimenticherò mai, a 22 anni non ero proprio bambino però se mi guardo indietro sono cresciuto tantissimo in 6 anni. Impossibile da dimenticare”.

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