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#NonTiScordarDiMe. Ronchi… a stelle e strisce: ”Miami, una scelta di vita. Per la Salernitana rischiai grosso…”

L’Italia sembra essere un lontano ricordo, dopo un anno e mezzo a Salerno senza lasciare il segno, la vita dell’ex portiere granata Mirko Ronchi ora è negli States con la maglia del Barry University: “Vivo a Miami, mi sono laureato due anni fa e sto facendo un master in psicologia dello sport alla Barry University, sto continuando a giocare nel campionato universitario. Al termine degli studi valuterò se andare nel professionismo, ho qualche offerta. Il calcio qui è in crescita esponenziale e ho trovato continuità nel giocare. I problemi fisici sono stati il grande problema per cui non ho sfondato in Italia, forse potevo essere più paziente in alcune situazioni. Quando sei giovane hai tanta voglia di giocare, i rimpianti sono pochi però, la scelta di venire in America è stata azzeccatissima. Vorrei provare a giocare ancora per un altro po’ di anni e con il master che sto acquisendo l’idea è di rimanere nel mondo dello sport”, spiega il calciatore milanese ai nostri microfoni.

Il classe ’95 giunse all’ombra dell’Arechi nella stagione della promozione in cadetteria (2014/15): “Ero all’Ascoli, la proposta della Salernitana fu importante e impossibile da rifiutare. La società aveva bisogno di un profilo giovane tra i pali e c’erano tutti requisiti per far bene. Ovviamente come minutaggio mi aspettavo di più, ho avuto tanti problemi fisici che non mi hanno aiutato e mi hanno precluso continuità. Quell’anno c’era Gori che fece una grande stagione, Russo è un gran professionista e questo ovviamente non mi ha facilitato. Per avere minutaggio andavo a giocare con la Berretti, la cosa non mi entusiasmava tantissimo ad essere sincero”.  Proprio nel campionato giovanile rischio la vita in un episodio che ricorda così: “Nel derby con la Juve Stabia uscii su una palla lunga e presi un colpo forte alla tempia dall’attaccante avversario e persi i sensi. A salvarmi dal soffocamento fu un medico che era sugli spalti. Andai in ospedale e per un paio di mesi dovetti stare fermo e ciò ovviamente condizionò la mia stagione”. Pur non collezionando presenze tra i grandi, Ronchi conserva ricordi al miele della sua esperienza campana: “L’anno della promozione fu magnifico, l’ambiente poi era incredibile, a Salerno trovi una passione che non c’è altrove. La festa promozione non la dimenticherò mai, una città intera in festa. Avevamo una squadra con qualità tecniche indiscutibili e grande esperienza, facevamo tanto gruppo dentro e fuori dal campo. Moro era uno spasso nello spogliatoio. All’inizio c’era mister Somma che ebbe visioni divergenti con la società e scelsero di separarsi, poi venne mister Menichini che ha saputo gestire un gruppo esperto, soprattutto in momenti non positivi, prendendosi sempre le sue responsabilità”. L’ex granata, nonostante le difficoltà, ha assaggiato per sei mesi anche la cadetteria: “Quando le cose non vanno bene sicuramente c’è pressione, come successe con le difficoltà al ritorno in B. Mister Torrente fu una scelta per provare a cambiare il modo di giocare, purtroppo le cose non sono andate bene. I risultati non arrivavano e, come spesso succede nel calcio, ha pagato l’allenatore. Sono rimasto anche in cadetteria, dovevo essere il secondo di Strakosha, poi doveva arrivare Frison, ma ebbe problemi personali e quindi arrivò Terracciano poiché io non davo sicurezze sul piano fisico. Avrei dovuto giocare il derby d’esordio con l’Avellino, perché Strakosha era stato in Nazionale. I giorni prima della partita mi arrivarono circa duecentocinquanta richieste di amicizia su Facebook, con tanti messaggi positivi. Poi come dimenticare i balletti di Troianiello, che spettacolo. A gennaio 2016 non dovevo andare via, però avevo voglia di giocare”.

Ronchi racconta anche il rapporto speciale con il suo collega Strakosha che, dopo la parentesi con il cavalluccio, ha poi spiccato il volo verso la Serie A: “Avevo un bel rapporto con Thomas e lo sento ancora. Era un giocatore con grandi potenzialità, un vero professionista e un bravissimo ragazzo. Eravamo in stanza insieme, ci eravamo affrontati in passato, e la concorrenza ci faceva bene. La pressione della piazza non lo ha aiutato, i presupposti che arrivasse dov’è ora c’erano però tutti”. Ronchi ricorda anche altri compagni: Gabionetta era spaventoso tecnicamente, ne ho visti pochi così, anche Nalini era devastante quando era in condizione e Pestrin era un gran leader”. Il venticinquenne descrive anche la figura di Angelo Fabiani e dice la sua sulle ambizioni della proprietà granata: “Il direttore è stato un mentore per me, mi aveva visto ad Ascoli e mi ha voluto fortemente a Salerno. Non parla molto, ma capisce tantissimo di calcio e raramente sbaglia in quello che fa. La squadra lo stimava. La proprietà, soprattutto durante l’anno della promozione, era molto presente. Lotito amava venire all’Arechi. Il presidente vuole vincere sempre e credo che voglia farlo anche con la Salernitana, come con la Lazio. Non credo che non voglia andare in Serie A”. Il portiere conclude, commentando la Salernitana targata Ventura e raccontando la vita oltreoceano ai tempi del virus: “Mi interesso ancora alla Serie B, guardando le mie ex squadre Ascoli, Chievo e Salernitana. Quest’ultima credo possa ambire i playoff, ovviamente si dovrà capire quando si riprenderà. Qui a Miami la situazione è più tranquilla rispetto a New York, dove c’è un totale lockdown. Le attività però sono chiuse, si può uscire, ma con responsabilità, rispettando tutte le normative. Ci sono dati più bassi, ma perché la sanità è a pagamento”.

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