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L’addio a Nicola Salerno: borsello a tracolla e quella B sfiorata senza soldi

La morte di Nicola Salerno avvenuta ieri pomeriggio, a poche ore da Salernitana-Giugliano, lascia col magone i tifosi granata e i cronisti che ebbero a che fare con lui tra il 2009 e il 2011. Se ne è andato a 69 anni uno dei dirigenti che più è riuscito, nell’era moderna, a creare empatia con la piazza, che fu simbolo, insieme ai calciatori e allo staff tecnico, della squattrinata Salernitana 2010/2011 capace di arrivare a un pelo dalla promozione in B.

Nicola Salerno era malato da tempo. Dopo le ultime esperienze al Leeds e al Brescia, da otto anni si era progressivamente ritirato a vita privata in quel di Trieste, dove aveva scelto di vivere. Originario di Matera, proprio in Friuli aveva vissuto le prime esperienze da dirigente di spessore. Alla Salernitana fu chiamato a stagione iniziata da Antonio Lombardi in B nel 2009 per sostituire Guglielmo Acri, autore con la sua gestione di un avvio horror. Pur portando in granata giocatori di avvenire come un giovane Federico Dionisi, non riuscì a evitare la retrocessione in C. Ripartì l’anno dopo nel tentativo di creare la giusta alchimia per tornare subito in B con una società che aveva grossissime difficoltà finanziarie ed era insolvente. Con le regole di oggi probabilmente sarebbe stata esclusa a campionato in corso. Invece, riuscì ad arrivare fino in fondo, a una doppia finale playoff persa col Verona con epilogò amaro all’Arechi, l’inutile 1-0 firmato Carrus su rigore. Quell’andata, quele decisioni arbitrali, quelle gestioni a svantaggio della società più debole, che solo la promozione in B avrebbe potuto salvare dal fallimento, restano ancora vive nella mente.

Il borsello sempre a tracolla, poco attento alle apparenze e molto alla sostanza, Nicola Salerno ascoltava tutti e parlava con tutti, anche con noi (all’epoca) giovani giornalisti. “Tanta roba”, diceva spesso di questo o quel giocatore. Ha incarnato quello che il direttore sportivo deve fare in una piazza difficile come quella granata, facendosi carico delle mancanze di una proprietà che portarono alla scomparsa del club. Joseph Cala, all’inizio della sua parentesi alla guida della Salernitana, lo mise da parte affermando pubblicamente che nelle sue idee non c’era posto per un direttore sportivo ma solo per un allenatore/manager, a quel tempo Roberto Breda, che avesse il compito di scegliere i giocatori e fare mercato, per poi allenarli. Cala durò quanto durò, poi Salerno si riprese il suo posto dietro la scrivania e nel cuore del gruppo e dei tifosi. Fabinho, l’intuizione di un giovane Ragusa, la fiducia ai saggi Fava e Carrus, il coraggio di epurare i “senatori” Polito, Pestrin, Peccarisi e Montervino, poi reintegrato. Il dirigente materano fu artefice con Breda di un’annata da occhi lucidi che avrebbe meritato un finale diverso, per la rocambolesca storia di quei mesi.

La morte di Nicola Salerno lascia un vuoto enorme. La Salernitana già ieri sera ha pubblicato una nota di cordoglio sul suo sito ufficiale, lo stesso hanno fatto anche altre società dove ha lavorato, come Messina e Cagliari. Era un direttore con gli attributi, competente, alla mano. Mancava e mancherà ancora di più al calcio.”Tanta roba”, anche lassù.

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